Published On: Aprile 5, 20228.9 min read868 wordsViews: 144Tags: ,
Published On: Aprile 5, 20228.9 min read868 wordsViews: 144Tags: ,

Come tradizione per la sezione torinese della Facoltà di Teologia dell’UPS, mercoledì 5 aprile si è tenuta una mattinata di studio e approfondimento dal titolo: La Parola annunciata, celebrata e vissuta. Sono stati coinvolti gli studenti e i docenti del primo e secondo ciclo di studi teologici, incluse le postulanti delle Figlie di Maria Ausiliatrice (accompagnate dalla consorella loro formatrice) e alcuni studenti esterni alla Comunità della Crocetta.

Nella riflessione si è voluto affrontare il tema del triplice agire dela Parola: nell’evangelizzazione, perché annunciamo ciò che ci è stato tramandato; nella liturgia, che ha rimesso al centro la Parola e la sua sacramentalità; nell’esistenza, perché la Parola che annunciamo non ha nulla da dire se non si traduce concretamente nella nostra vita.

Il primo intervento, tenuto dalla prof.sa A.M. Baldacci, ha presentato il recentissimo Motu proprio “Spiritus Domini”, di papa Francesco, sull’accesso delle donne ai ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato. Ricordando che tale riforma si sviluppa in continuità con quanto iniziato dal Concilio Vaticano II, la professoressa ha voluto sottolineare che oggi siamo troppo spesso ammalati di una parola a volte vuota, cioè carente di una reale dinamica dialogica tra Dio e il Suo Popolo, soprattutto a causa di una “deriva testuale” che ha portato il testo a prevalere sull’oralità. La dinamica della Parola, invece, è fortemente relazionale e affettiva, emanazione del cuore pulsante della comunità cristiana, rivolta a coinvolgere chi la ascolta. Il lettore, dunque, è colui che incarna la Parola. Per questo il suo corpo, la sua voce, la sua postura, necessitano di particolare cura e formazione, perché il lettore stesso è il primo ambone della Parola. Il lettore dà vita alla Parola che proclama. Dal corpo del testo, la Parola deve passare al corpo del lettore. Solo così la Parola risuscita, passando da una condizione di lettera morta a una condizione di Parola viva e vivificante ancora oggi.

Il secondo intervento, tenuto dal prof. padre M. Pavan, ha ripreso il tema intenso e delicato della sacramentalità della Parola, da lui studiato ed editato lo scorso anno in un testo preparato insieme a don Andrea Bozzolo, attuale Magnifico Rettore dell’UPS. Riprendendo quanto affermato nei pronunciamenti magisteriali Dei Verbum, Fides et Ratio e Verbum Domini, don Pavan ha ricordato che la Parola proclamata durante l’azione liturgica possiede una particolare efficacia sacramentale. Nella Parola, infatti, è presente Cristo in una maniera analoga alla presenza reale nelle specie eucaristiche. Come nella liturgia eucaristica Cristo è presente in maniera efficace, così si dà a conoscere in chi ascolta la Parola e lo trasforma. Parlare di sacramentalità della Parola, dunque, è rendere giustizia al suo senso biblico, è mettersi sulla scia di quanto la Scrittura stessa dice in merito al valore salvifico della Parola. La Parola è sacramentale perché sta dentro questo il compimento, che avviene in Gesù. La persona del Figlio si è rivelata e la Sua rivelazione è efficace. Quindi la Parola liturgica è sacramentale perché rimanda alla Persona di Cristo presente e operante, e qui si fonda la sua efficacia. La proclamazione della Parola nella liturgia, dunque, non è un momento di passaggio, ma momento fondamentale di “manducazione” della presenza del Signore, perché non solo comunica qualcosa, ma realmente mette in contatto vivo con la Sua Persona.

Un terzo intervento, tenuto dal prof. don C. Besso, preside della presente sezione torinese, ha mostrato attraverso un percorso storico artistico come l’evoluzione nella storia della struttura fisica dell’ambone (luogo della proclamazione liturgica della Parola) dice la percezione del valore della Parola nella vita della comunità cristiana. L’altezza e la disposizione dell’ambone devono poter permettere una certa partecipazione visiva e dinamica alla Parola che viene proclamata nella Liturgia, oltre che permettere di fare un’esperienza fisica della Parola: guardo la discesa della Parola dall’alto, guardo la sua processione verso l’ambone, e mi dispongo all’accadere della sua opera efficace.

Dopo un breve intervallo, la riflessione è proseguita in gruppi di lavoro e confronto fra gli studenti nella modalità di un work café. In relazione ai tre poli su cui era articolata la giornata, si è condivisa l’esperienza di ciascuno attorno a tre domande: 1) Qual è il posto della Parola nelle nostre attività apostoliche? 2) Come viene curata la liturgia della Parola domenicale nelle nostre chiese? 3) Come la meditazione della Parola si concretizza nel tuo vissuto?

La mattinata è stata conclusa da una relazione tenuta dal prof. don R. Carelli, volta a fare una sintesi dei temi affrontati per valorizzare la Parola proprio come Parola di Dio rivolta a noi, che siamo fatti per esserne uditori. Sacramentalità e centralità della Parola, attenzione ai lettori e alle lettrici, attenzione al luogo della proclamazione della Parola, sono tre focus che, messi insieme, dicono che si tratta anzitutto di un’alleanza, di un incontro, di una relazione, di uno scambio d’amore: la Parola non va intesa come sostantivo ma come verbo, cioè come autocomunicazione di Dio all’uomo, fatto per udire la Parola. Perché sia annunciata e vissuta, centrale è la Parola proclamata nella celebrazione. Gli aspetti simbolici rituali (la proclamazione della Parola, i lettori, l’ambone) dicono la ricchezza delle due mense, la Parola e l’Eucarestia, a custodia e proclamazione del protagonismo di Gesù nella nostra vita e nella vita della Chiesa, contro ogni narcisismo personale.